La riflessione proposta da Don Luigi Maria Epicoco all’interno del suo libro “Con cuore di padre” mette a disposizione un nuovo punto di vista sulla figura di San Giuseppe, dando un nuovo senso al concetto comune di silenzio inteso come passività. Nel silenzio del falegname di Nazareth, il teologo ha notato una forma di partecipazione attiva e di obbedienza.
La tesi di Don Epicoco va a raccontare di Giuseppe come personaggio principale, e non secondario o silenzioso, che per una precisa scelta di fortezza spirituale sceglie questo comportamento. La sua capacità di non alimentare le complicazioni legate al potere politico e alle difficoltà della vita quotidiana è una lezione di dignità che, secondo il sacerdote, avrebbe influenzato direttamente l’umanità di Gesù.
Quella che troverete nelle prossime righe è un’analisi che invita a riscoprire il valore del silenzio in un mondo rumoroso. Attraverso il confronto con figure come Papa Francesco e Don Tonino Bello, il testo di Epicoco racconta un San Giuseppe che parla attraverso la sua presenza e la sua fedeltà. Ecco tutti i passaggi più importanti presenti all’interno del suo libro.
San Giuseppe, il significato ed il motivo per il quale non parla nel Vangelo
All’interno del suo libro, Don Luigi Epicoco scrive: “San Giuseppe tace in tutto il Vangelo. Non si riporta una sua sola parola. Eppure, egli non spreca nessuna parola che Dio gli rivolge. Ascolta e mette in pratica. E anche davanti ai soprusi di Erode o alla violenza politica dei Romani che lo costringono a mettersi in viaggio insieme a Maria, il Vangelo non registra una sua sola parola”.
In questo modo, il teologo va a mettere in luce come questo suo comportamento sia stato la base per l’insegnamento che il falegname ha trasmesso al figlio: “Mi piace pensare che Gesù abbia imparato la forza dirompente del silenzio da San Giuseppe. È certamente in lui che Gesù ha capito che anche le parole possono essere delle armi, e che davanti a chi ti colpisce bisogna mostrarsi completamente disarmati. È in questo gesto che l’altro pensa di vincere ma in realtà trova la sua sconfitta”.
Davanti alle cattiverie subite, il silenzio non va quindi percepito come una mancanza di reazione, ma come una posizione morale. Come sottolinea l’autore, “La sua non è debolezza bensì fortezza”, aggiungendo che tale comportamento costituisce “la forma di contestazione più alta a quel male e a quella violenza, e allo stesso tempo è la prova più sicura della sua completa fiducia in Dio suo Padre”.