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Stimmate di Padre Pio: Le parole e la verità sulla visita del dottor Gemelli

Da anni continua a far discutere la figura di Padre Agostino Gemelli e il suo rapporto con Padre Pio. A metà strada tra storia, biografia e inchiesta, spuntano carte e relazioni che ricompongono un episodio controverso: Gemelli vide davvero le stimmate del frate di Pietrelcina, ma non pronunciò un giudizio netto sulla loro natura soprannaturale.

La vicenda si divide tra visite ufficiali e incontri “sottovoce”, lettere al Sant’Uffizio e rapporti clinici che fino a oggi erano rimasti in buona parte nascosti negli archivi. Quel che emerge è un uomo diviso tra il rigore scientifico del medico e la prudenza del consulente ecclesiastico ma cosa ha davvero visto il dottore che controllò le stimmate di Padre Pio? Ecco tutti i dettagli.

Stimmate di Padre Pio: Le parole e la verità sulla visita del dottor Gemelli

E una storia che ha pesato sulle sorti di Padre Pio per decenni. A riaccendere il dibattito è una relazione pubblicata sul Bollettino dell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, che ricostruisce la presenza di Gemelli a San Giovanni Rotondo già nel 1919, un anno prima dell’incontro ufficiale che poi darà il via alle accuse e alle indagini.

Dal carteggio emerge che Gemelli visitò due volte il convento. Nella sua relazione al Sant’Uffizio, datata 6 aprile 1926, Gemelli racconta la prima visita: “Nel 1919, essendo di passaggio, per ragioni di servizio militare, a Foggia”. E prosegue con dettagli che chiariscono il suo approccio: “Mi recai a S. Giovanni Rotondo accompagnato dal segretario dell’allora Vescovo di Foggia”.

“Questi mi espresse il desiderio che io esaminassi il P. Pio e poscia gli riferissi il risultato delle mie osservazioni. Il mio viaggio poteva essere utile. Ritenni mio dovere di accettare e mi recai e mi trattenni due giorni a S. Giovanni Rotondo, ospite del Convento dei Cappuccini. Ebbi modo di vedere più volte il P. Pio e di conversare assai a lungo con lui. Esaminai anche le piaghe del P. Pio”.

Gemelli non si presentò come teologo, ma si finse medico per poter osservare senza condizionamenti: “io continuai sino in fondo la commedia del medico convinto e convertito per avere agio di osservare. A vedere, constatare. Di tutto questo riferii a Mgr. Vescovo di Foggia. 2 Per anni, però, quelle osservazioni rimasero custodite nel segreto d’ufficio: “Mi sono limitato a dire che avevo fatto visita al Padre. (…) Il S. Ufficio mi ha sempre consigliato di tacere ed io ho obbedito”.

Il successivo confronto, ufficiale, nel 1920 prese un’altra piega. Di fronte alla negazione dell’accesso, Gemelli assunse toni più duri e sintetizzò così il risultato dei suoi accertamenti: “Introdottomi a conversazione con lui senza che egli se ne avvedesse, con innocente artificio, lo sottoposi ad un interrogatorio psich***rico. Non vi sono i segni di quelle malattie me**ali a contenuto religioso che si potrebbero addurre in campo. Ma Padre Pio non presenta neppure alcuno degli elementi caratteristici della vita mistica”.

Quel parere contribuì al giudizio negativo del Sant’Uffizio nel 1923, ma la storia non si concluse lì: nuove indagini e valutazioni cambiarono poi l’orientamento della Chiesa. Rileggere oggi quei documenti non significa solo ricostruire un episodio storico. Vuol dire interrogarsi sul confine tra osservazione scientifica, prudenza ecclesiastica e la capacità di credere.

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