Farmaco Alzheimer. Uno studio pubblicato su Lancet Neurology rafforza l’ipotesi amiloide, secondo la quale l’accumulo di placche di beta-amiloide nel cervello è tra i principali fattori scatenanti dell’Alzheimer.
Rimuovere queste placche in una fase precoce, prima della comparsa dei sintomi, potrebbe ritardare l’insorgere della malattia. Questo soprattutto nei soggetti con predisposizione genetica alla forma precoce della demenza.
La ricerca, condotta dalla Knight Family DIAN-TU presso la Washington University di St. Louis, ha coinvolto 73 persone geneticamente a rischio. In particolare, un sottogruppo di 22 partecipanti, trattato con il farmaco sperimentale gantenerumab per una media di otto anni, ha mostrato un dimezzamento del rischio di sviluppare i sintomi: da quasi il 100% al 50%. Questo suggerisce che un trattamento molto anticipato possa offrire anni di vita sana in più.
Farmaco Alzheimer: il gantenerumab darebbe risultati incoraggianti

Il gantenerumab aveva già dimostrato di ridurre le placche amiloidi e migliorare alcuni biomarcatori associati alla malattia. Tuttavia, non erano stati rilevati benefici cognitivi immediati, poiché i partecipanti non avevano ancora manifestato sintomi. Questo ha spinto i ricercatori a proseguire con un’estensione dello studio.
Nonostante i segnali promettenti, il test è stato interrotto a metà 2023 a causa della decisione dell’azienda farmaceutica di abbandonare lo sviluppo del gantenerumab, in seguito a risultati deludenti in altri studi su pazienti già sintomatici. Nell’estensione, tutti i partecipanti hanno ricevuto il farmaco, e i risultati sono stati confrontati con un gruppo osservazionale non trattato.
Si è osservato un aumento degli effetti collaterali legati all’uso del farmaco, con un’incidenza del 30% rispetto al 19% del test originale. In due casi, gli effetti sono stati gravi ma reversibili.
Nonostante la sospensione del gantenerumab, lo studio apre la strada a nuove ricerche con altri farmaci anti-amiloide, come il lecanemab, già somministrato ad alcuni partecipanti nella fase finale dello studio. I risultati di questa seconda parte non sono ancora stati analizzati. Resta ora da chiarire se lo stesso approccio possa valere anche per l’Alzheimer non ereditario, che rappresenta la forma più comune e imprevedibile della malattia.








